Estero

La tragedia dello Zimbabwe

Vittoria Dragotta

Periodicamente, in trafiletti più o meno estesi e notizie brevi date dai quotidiani, si ricevono echi di quanto accade nella lontana Africa centrale. Il tradizionale provincialismo italiano che nutre anche nell’informazione una visione centripeta dove la politica estera è conseguenza degli equilibri e delle convenienze delle parrocchie nostrane, si disinteressa e non comprende le implicazioni, tragiche, in termini di diritti umani e del Risiko internazionale per il controllo delle risorse energetiche che sono invece alla base della realtà quotidiana di molti paesi. Tra essi primeggia in modo tragico lo Zimbabwe dove, in estrema sintesi, una spietata dittatura, la radicale violazione di ogni diritto, le epidemie di massa e lo stupro da parte di siero positivi come arma biologica contro le etnie rivali sono la vita d’ogni giorno. Prendiamone coscienza.
La Repubblica dello Zimbabwe, in passato nota come Rhodesia meridionale o più semplicemente Rhodesia ha una popolazione di poco meno di tredici milioni di abitanti, la capitale è Harare, nota fino al 1980 col nome di Salisbury. La lingua ufficiale è l’inglese, ma la grande maggioranza della popolazione parla correntemente lingue bantu, soprattutto shona e ndebele.
Lo Zimbabwe prende il nome da un importante sito archeologico del paese, Grande Zimbabwe, il cui nome è a sua volta derivato dall’espressione in lingua shona zimba remabwe (“grande casa di pietra”). Il precedente nome “Rhodesia” era invece in onore di Cecil Rhodes, che diede origine alla colonia dalla cui indipendenza è nato il moderno Zimbabwe.
Il territorio è abitato sin da tempi remoti. Già intorno al IV secolo iniziò l’insediamento di popolazioni bantu, in particolare del gruppo karanga, da cui discendono gli shona odierni, etnia maggioritaria del paese. Le rovine di Grande Zimbabwe (scoperte nel 1871) testimoniano la presenza nella zona, fin dal XII secolo, di una civiltà dall’elevato sviluppo, di cui però si sa pochissimo. Nel XV secolo si affermò nella regione il grande impero di Monomotapa (fondato nel 1440), ed ebbero inizio notevoli relazioni commerciali ed economiche sia con le genti arabe (con cui Monomotapa commerciava certamente in schiavi) che con gli europei, soprattutto portoghesi.
Nel 1837 il territorio degli shona fu conquistato dagli ndebele (o matabele), i quali erano stati cacciati oltre le sponde del fiume Limpopo dall’espansionismo degli zulu guidati da Shaka. I matabele, guidati dal sovrano Mzilikazi, sottomisero gli shona, i quali, sottoposti a pesanti tributi, furono confinati nel nord del paese. La popolazione shona si ribellò nel 1896 e nel 1897, con le cosiddette Guerre Matabele. La ribellione fu chiamata “chimurenga”, nome che da allora in poi designò ogni tipo di rivolta a matrice shona.
Nonostante un primo approccio al territorio dei portoghesi tra i secoli XV e XVI, la vera opera di colonizzazione bianca fu britannica e molto più tardiva. In particolare l’opera colonizzatrice fu svolta alla fine del XIX secolo da Sir Cecil Rhodes, esploratore e uomo d’affari inglese, il quale aveva come sogno un Impero Britannico dal Cairo a Città del Capo. Rhodes nel 1888 stipulò un accordo col re dei matabele Lobenguela, assicurandosi lo sfruttamento delle risorse minerarie del territorio, confermatogli un anno dopo dalla Corona Inglese. Rhodes dette il proprio nome alle regioni che divennero note come Rhodesia Meridionale (attuale Zimbabwe) e Rhodesia Settentrionale (attuale Zambia). Queste due terre divennero così un dominio diretto di Rhodes e della sua compagnia, la British South Africa Company, che fungeva da organo amministrativo. Rhodes morì nel 1902 e la gestione diretta del territorio da parte della BSAC si protrasse fino al 1923.
Nell’Ottobre 1923 la Rhodesia Meridionale, dopo il referendum dell’anno precedente, divenne una colonia del Regno Unito, sottoposta al controllo della Corona Inglese. L’organizzazione della nuova colonia fu improntata al principio dell’autogestione in politica interna, mentre la politica estera era posta sotto il controllo della madrepatria. I rhodesiani combatterono infatti affianco al Regno Unito nella Seconda Guerra Mondiale. Nel 1953, nonostante l’opposizione di gran parte della popolazione bantu, le due Rhodesie furono incorporate col Nyassaland, l’attuale Malawi, nella Federazione della Rhodesia e del Nyassaland. Da subito all’interno della Federazione il ruolo dominante fu giocato dall’attuale Zimbabwe, vero e proprio cuore della nascente unione di colonie. La spinta sempre più forte dei movimenti africani nazionalisti, sia bianchi che neri, contribuì alla caduta della Federazione, sciolta nel 1963, con la conseguente dichiarazione di indipendenza di Malawi e Zambia.
Il Primo Ministro della Rhodesia Meridionale, Ian Douglas Smith, segretario del principale partito bianco, il Fronte Rhodesiano, proclamò a sua volta (11 novembre 1965) l’indipendenza della colonia dalla Gran Bretagna. La dichiarazione (UDI, “Unilateral Declaration of Independence”) non fu però riconosciuta a livello internazionale. Il paese assunse il nome ufficiale di Repubblica di Rhodesia. Il 12 novembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunì emanando la Risoluzione 216, con la quale si invitava tutti i membri dell’ONU a non riconoscere la Repubblica di Rhodesia, contro la quale furono applicate, per la prima volta nella storia dell’ONU, sanzioni economiche.
Socialmente ed economicamente la struttura del nuovo stato si basava su un controllo generale dei bianchi sulla vita dello stato, una predominanza garantita da un regime molto simile a quello dell’apartheid sudafricano. I princìpi alla base di questa organizzazione erano costituiti dal fatto che, secondo il partito di Smith, i bianchi di stirpe anglosassone avevano il diritto di gestire lo stato che essi soli avevano fondato con fatica, indipendentemente dal fatto che fossero maggioranza o minoranza. In base al pensiero politico di Smith i neri avrebbero dovuto integrarsi gradualmente nella struttura socio-economica della Rhodesia, in modo da non stravolgerne i capisaldi. Tra i neri, Smith individuò negli ndebele il gruppo più propenso al dialogo, mentre gli shona rimasero tradizionalmente suoi ferrei nemici. Tale impostazione fu osteggiata non solo dalla comunità internazionale (eccezion fatta per Sudafrica e Portogallo, che riconobbero la Rhodesia), ma anche dai principali partiti neri del paese, in particolare di matrice shona. Fu così che alla fine degli anni ’60 cominciò una vera e propria guerra civile tra bianchi e neri (soprattutto shona). I rivoltosi furono guidati dai partiti etnici ZANU, di matrice shona, più violento, e ZAPU, di matrice ndebele e più disposto al dialogo, rispettivamente guidati da Robert Mugabe e Joshua Nkomo. I neri shona furono apertamente sostenuti dall’URSS e dal Patto di Varsavia. Molti attivisti neri e bianchi perirono negli scontri, ma col venire meno dei suoi pochi appoggi internazionali e il rafforzarsi della guerriglia, Smith fu costretto a cedere. In ogni caso il governo bianco portò la Rhodesia a un altissimo livello economico, tanto da farla soprannominare la “Svizzera d’Africa”. I parametri socio-economici di confronto sono da tempo pubblicati e facilmente consultabili.
Nel 1979, grazie anche all’opera della Gran Bretagna, si arrivò ad un accordo tra le parti: l’ex colonia venne chiamata Zimbabwe Rhodesia, e con questo nome avrebbe dovuto gestire un processo di transizione per passare ad una definitiva indipendenza; presidente di questa temporanea entità politica fu il vescovo anglicano Abel Muzorewa, esponente moderato dei ribelli. Nel 1980 lo Zimbabwe assunse il nome odierno e la sua indipendenza fu riconosciuta a livello internazionale. Le prime elezioni del paese, stavolta a suffragio universale, elessero Capo del Governo Robert Mugabe, leader dello ZANU; primo Capo di Stato fu Canaan Banana, facente parte dello stesso partito. Anche per Nkomo e lo ZAPU si registrò un sostanziale successo, mentre Muzorewa ottenne un risultato al di sotto delle aspettative.
Inizialmente i bianchi riuscirono a mantenere qualche deputato, ma furono via via estromessi dal potere politico. Mugabe, con consenso internazionale, riuscì infatti a limitarne sempre più le iniziative, finché lo stesso Smith dovette ritirarsi a vita privata e infine autoesiliarsi in Sudafrica. Mugabe organizzò un governo di ispirazione vagamente marxista-leninista, non rinunciando però a improvvise concessioni al liberismo. Le attenzioni di Mugabe si rivolsero per tutti gli anni ’80 alle etnie nere rivali, in particolare gli ndebele. Tra ZANU e ZAPU nel 1983 scoppiò un terribile conflitto che fece migliaia di vittime. Nel 1988 si tornò alla pace con un accordo tra i due partiti, che si unirono nello ZANU-PF. In realtà Mugabe otteneva così il ritiro di Nkomo e l’esclusione di tutti gli ndebele dai posti di governo, in modo da consolidare il dominio della sua etnia e, nell’ambito di questa, del suo clan personale, tanto che si diffuse anche tra i bianchi il seguente motto: “Mugabe the liberator? Ask Ndebele people”. Nel 1987, scaduto il termine settennale di Canaan Banana, Robert Mugabe si autoproclamò presidente con poteri esecutivi, eliminando la carica di Primo Ministro. Riconfermato nel 1990 e nel 1996, Mugabe e il suo partito accentrarono sempre più i poteri dello stato, assumendo atteggiamenti vieppiù demagogici e repressivi verso qualunque oppositore.
Tra la seconda metà degli anni ’90 ed oggi, il regime di Mugabe si è scagliato in particolare contro i bianchi e, più in generale, contro gli oppositori riuniti nella MDC (Movement for the Democratic Change), guidata da Morgan Tsvangirai. I bianchi sono stati questa volta colpiti dal punto di vista economico attraverso politiche di esproprio forzato dei latifondi. Innumerevoli gli episodi di violenza. Buona parte dei bianchi sono così momentaneamente emigrati. Mugabe ha invero privato il paese della sua impalcatura economica, trascinandolo nella più totale rovina sociale ed economica, come dimostrano tutti i parametri economici a cominciare da una spaventosa inflazione e dalla penuria dei generi alimentari di prima necessità. Il governo di Mugabe è stato oggetto di innumerevoli accuse di gravi violazioni dei diritti umani. A complicare la situazione si ha inoltre l’estrema diffusione dell’AIDS, che ha determinato una drammatica discesa dell’aspettativa di vita. Peraltro la diffusione dell’AIDS attraverso lo stupro è un’arma biologica che è stata sfruttata da Mugabe contro le etnie rivali, come ha testimoniato recentissimamente il rapporto all’ONU delle Associazioni Femminili dello Zimbabwe. Nel 2008 Mugabe ha ottenuto un’ennesima riconferma al vertice del paese. Le elezioni sono state contrassegnate dai consueti tumulti e violenze generalizzate. Nel settembre 2008, dopo cinque mesi di trattativa, si è arrivati al seguente accordo: Mugabe resterà presidente del paese, mentre Morgan Tsvangirai, leader dell’MDC, diventerà il nuovo primo ministro. Al primo spetterà la guida delle forze armate, al secondo risponderanno le forze di polizia. Mugabe inoltre sarà a capo di un gabinetto, con funzioni consultive, composto da 31 rappresentanti, 15 del suo partito, lo Zanu-PF, e 16 dell’opposizione, l’MDC. Vice premier, il 42enne Arthur Mutambara, riferimento dell’ala scissionista dell’MDC, più vicina allo Zanu-PF di Mugabe. Tuttavia, l’accordo è rimasto finora sulla carta e non è sicuro che venga effettivamente attuato, visti i dissensi riconstrati fra le due parti riguardo all’interpretazione di alcune sue clausole. Mugabe ad oggi è apertamente appoggiato dalla Cina che cerca in Zimbabwe materie prime per lo sviluppo.

in alto: Robert Mugabe e Cecil Rhodes