Politica

La morte voluta, del Referendum

I mesi trascorsi dall’ultimo referendum consentono riflessioni più lucide. Assai opportunamente il Costituente, statuendo un sistema di pesi e contrappesi ai poteri costituzionali, ha previsto che il popolo esercitasse direttamente, senza intermediari, alcune iniziative, principali tra esse le proposte di legge di iniziativa popolare, il referendum abrogativo di leggi ordinarie, il referendum confermativo di modifiche costituzionali.
Tutte queste iniziative necessitano di quorum per la proposta e di quorum elettorali per il loro successo.
In particolare il referendum abrogativo ha bisogno, nel caso venga indetto, che si rechi alle urne la maggioranza degli elettori (50% più uno) e che tra i votanti i si conseguano la maggioranza.
Nel giugno di quest’anno, a seguito della iniziativa di Giovanni Guzzetta e Mario Segni, gli italiani sono andati a votare per eliminare alcune norme della attuale legge elettorale, definita, dalle stesse forze politiche che l’hanno voluta, una autentica porcata (in consolidato linguaggio parlamentare porcellum), e che, in estrema sintesi,consente all’attuale classe politica di destra e di sinistra di autoeleggersi stabilmente tramite la norma che attribuisce alle segreterie nazionali dei partiti, e non agli elettori, di designare i candidati facendoli eleggere seconda la loro lista precostituita.
Il popolo non conta.
Ovviamente le ipocrisie partitiche hanno portato ad un peloso appoggio delle principali forze politiche ad un referendum che ne avrebbe espropriato parte dei poteri, in una prima fase. In vicinanza della data del voto però le stesse forze politiche hanno iniziato distinguo e quindi esplicito invito alla astensione.
Mentre i promotori del referendum accusavano la Rai di scarsa attenzione, i risultati sono di una affluenza alle urne di circa il 24%. I si (circa l’80%) alla abrogazione vincono ma il referendum fallisce. Veloci le forze politiche hanno rivendicato la necessità di “migliorare” l’istituto del referendum, alzandone il requisito di presentazione (così rendendolo più difficile) nel loro specifico interesse a non essere ulteriormente “disturbati” dai cittadini. A giustificare queste pelosità i costi, la disaffezione etc.
Tuttavia una riflessione attenta deve andare oltre queste amare considerazioni, che dovrebbero essere scontate per intelligenze appena sufficienti ed intellettualmente oneste.
La prospettiva è infatti assai più preoccupante. Dal 1995 non si raggiunge il quorum del 50% dei votanti.
Secondo Guzzetta c’è stata rassegnazione, ma anche e soprattutto un preciso disegno portato avanti contro il referendum. Mario Segni rivendica le 820 mila firme raccolte per la presentazione.
Vediamo di capire. I quesiti proposti dal referendum erano tre. Il premio di maggioranza alla lista più votata alla Camera (affluenza 23,5%, si 78%). Il premio di maggioranza alla lista più votata al Senato (affluenza 23,5%, si 78,5%). Abrogazione delle candidature multiple (affluenza 24,2%, si 88%).
La formulazione delle domande era ostica.
La vittoria nei primi due quesiti avrebbe complicato, anziché semplificare la legge elettorale, ma – insieme alla data, scientificamente scelta per scoraggiare l’afflusso alle urne – ha avuto un effetto di distrazione sul terzo, non senza ragione il più votato. Perché tutto questo? E perché i promotori non hanno scelto una via più concreta e più comprensibile alle masse?
Ragioniamoci su.
Dal punto di vista del cittadino, della massaia e del buon padre di famiglia le modifiche da proporre per abrogare una legge elettorale offensiva per la democrazia e per le intelligenze avrebbero dovuto essere, nell’ordine.
1) abrogazione totale della legge elettorale da parte del Parlamento
2) riforma della legge elettorale da parte del Parlamento
3) diversa scelta dei quesiti da proporre nel referendum.
4) Escludendo le prime due, che le forze politiche difficilmente perseguirebbero, il referendum avrebbe dovuto formulare le seguenti richieste.
a) divieto di candidarsi in più di due collegi alle politiche, (attuale presa in giro degli elettori)
b) libera preferenza individuale, cioè scelta di voto libero da parte dei cittadini su candidature individuali e non su liste chiuse “offerte” dalle segreterie romane dei partiti (attuale presa in giro degli elettori)
i) divieto di candidature in caso di incompatibilità tra carica esercitata e carica a cui ci si candida e/o necessità di dimissioni anticipate, prima della votazione (attuale presa in giro degli elettori).
ii) Questa radicale pulizia dovrebbe essere adattata in modo generalizzato. Dalle comunali alle europee. Ma di tutto questo ha parlato lucidamente solo Magdi Allam. E se, a parte il fatto che Segni è stabilmente un perdente, le “distorsioni” sui quesiti proposti fossero state, da parte di raffinatissimi consigliori, suggerite bonariamente agli entusiasti promotori dei referendum, proprio per farli fallire?
iii) In ogni caso ciò che è avvenuto è un ulteriore sintomo della rassegnazione del corpo elettorale, che alle ultime europee si è già espresso con il crollo della partecipazione.
iv) Conclusivamente riassumiamo l’andamento delle partecipazione nei referendum. 1974 Divorzio 87,7%. 1978 Aborto 81,2%. 1981 – 79,4%. 1985 Scala mobile 77,9%. 1987 – 65,1%. 1990 – 43,1%. 1991 Preferenze elettorali 62,4%. 1993 Legge elettorale al Senato 76,9%. 1995 Privatizzazione Rai e contributi sindacali 57%. 1997 Giustizia, caccia Ordine dei Giornalisti 30%. 1999 Quota proporzionale elettorale 49,6%. 2000 Giustizia, partiti 32,2%. 2003 Articolo 18, 25,7%. 2005 Fecondazione assistita 25,7%.