La polemica sui protocolli
Nella prima metà del novecento si è sviluppata una corrente filosofica di grande rilevanza per lo sviluppo tecnologico successivo: il neoempirismo, la cui massima aspirazione è stata la creazione di un linguaggio scevro da equivoci onde assicurare scientificità alla filosofia. La questione fu posta per la prima volta in maniera organica da un gruppo di matematici, filosofi e scienziati indicati con il nome di “Circolo di Vienna”. La loro riflessione comprendeva l’antimetafisica, l’analisi logica linguistica, la nascita di una scienza unitaria e il predominio della logica. Sicuri che il vero sapere potesse derivare da una conoscenza empirica dei fatti, ricercarono un metodo per designare univocamente le esperienze e le osservazioni avvenute in laboratorio. Il risultato fu un’aspra polemica sui protocolli, cioè le annotazioni da laboratorio.
Moritz Shlick, filosofo e fisico allievo di con Max Plank, propose un criterio di significanza secondo il quale il senso di un enunciato coincide con il metodo della sua verifica: è dotato di significato solo se si conoscono tutte le condizioni in cui si verifica o meno. E’ dunque il principio di verificazione già ideato da Wittgenstein, basato sulla distinzione tra affermazioni provviste di base empirica ed affermazioni che ne sono prive, a fare da spartiacque tra ciò di cui la filosofia deve occuparsi e ciò che costituisce solo un non senso. Esistono, è vero, anche delle proposizioni la cui validità non dipende dall’esperienza, come quelle della logica e della matematica, ma esse costituiscono delle semplici tautologie: sono prive di valore conoscitivo, non dicono nulla del mondo e non hanno bisogno di essere dimostrate. Tuttavia l’iniziale approccio convenzionalista viene aspramente criticato: i dati sperimentabili, non si offrono in modo uguale ai diversi osservatori, ma i diversi osservatori filtrano il dato empirico per mezzo di un linguaggio. L’intersoggettività della scienza è una condizione raggiungibile solo facendo riferimento a un determinato linguaggio: è su questo linguaggio che si forma l’accordo di più individui su un singolo evento empirico e non sul dato empirico stesso. L’evento empirico è sempre soggettivo (ogni soggetto percepisce un evento secondo il proprio linguaggio), il dato oggettivo empirico al quale si riferisce il primo neopositivismo è in realtà un dato soggettivo. Carnap, filosofo e logico, vide chiaramente il rischio di solipsismo insito in quest’approccio e ne propone un altro, mettendo in discussione il rapporto diretto fra linguaggio e dato sperimentato: non esiste un solo linguaggio, bensì una varietà di linguaggi diversi in rapporto ai diversi scopi che queste logiche si prefiggono. Il compito dell’autentica conoscenza non è quindi quella di formare un sistema assoluto di verità che fanno riferimento ad una sola logica, ma quello di analizzare la molteplicità delle logiche. Otto Neurath propose un’alternativa fisicalista che comprendesse delle collocazioni spazio-temporali rigide e che un sistema dotato di coerenza interna e anche Wittgenstein tornò sui suoi passi, ammettendo la molteplicità dei linguaggi e riabilitando in parte il “mistico”, precedentemente scartato e svilito perché considerato privo di significato.
Il colpo definitivo al criterio di verificabilità empirico fu inferto da Karl Popper tramite il celebre esempio del tacchino induttivista: la raccolta di una serie di dati sperimentali che confermano la propria teoria non costituisce una verifica della sua validità, poiché anche con milioni di risultati positivi ne basta uno negativo per renderla inesatta. Alla luce di questo ragionamento, invitò gli scienziati a cercare dati per smentire le proprie teorie e, qualora fossero risultate inesatte, verificarne le verisimiglianza, a volte sufficiente per le applicazioni tecniche.








