Filosofia

Il codice del guerriero

Una delle opere più affascinanti provenienti dal Giappone è l’Hagakure Kikigaki (letteralmente “Cose udite all’ombra delle foglie”), una raccolta di brevi aforismi pubblicata nel 1906 ma composta duecento anni prima, probabilmente una trascrizione degli insegnamenti morali del samurai Yamamoto Tsunetomo. Egli fu al servizio di Nabeshima Mitsushige, daimyo della prefettura di Saga e, alla morte del suo signore, si ritirò in un monastero, probabilmente per sfuggire ad un arresto. Hagakure è una raccolta di principi morali ma anche di consigli pratici, norme comportamentali, notizie storiche ed episodi esemplari di valore. Alcuni sono di natura assai spicciola (Come reprimere uno sbadiglio o Come licenziare un servo) e di semplice etichetta, altri invece costituiscono il nucleo del bushido cioè di quell’insieme di principi che costituì per secoli l’etica di tutto il popolo giapponese. La filosofia dell’Hagakure è figlia del Confucianesimo e dei principi Zen, molto diffusi fra il 1600 e il 1868 ed incoraggiati per legittimare il sistema feudale vigente. Nonostante la crescente occidentalizzazione, queste regole vecchie di tre secoli continuano ad influenzare il comportamento giapponese. Ad esempio, per capire la tendenza tipicamente nipponica di sottomettersi all’autorità è sufficiente cercare fra i dettami del bushido e vi si troveranno, più sviluppati che nel codice cavalleresco europeo, o precetti di pietà per il prossimo, lealtà ad un solo padrone, rispetto per la famiglia e per gli estranei, proteggere i deboli, perseguire la verità. Un altro dei temi fondamentali di quest’opera è la morte, non come semplice estinzione della vita, piuttosto nel senso psicologico dell’eliminazione dell’io. Era infetti consueto, per i samurai che si trovavano improvvisamente senza un padrone, togliersi la vita. Secondi alcuni orientalisti il testo non è importante tanto per la filosofia esposta, variabile dal mondano all’assurdo, quanto il contesto storico in cui è stato scritto: durante il prolungato periodo di pace successivo alla morte di Mitsushige, i samurai si chiedevano come conservare l’orgoglio e la disciplina guerriera. La corruzione e la decadenza morale della classe politica spingevano gli eminenti membri della casta dei samurai a commettere il suicidio rituale, finché non venne dichiarato illegale. Il culto del guerriero sarebbe tornato in auge, tramite accurate strumentalizzazioni, durante la ribellione dell’Esercito Imperiale dopo l’incidente in Manciuria e durante la Seconda Guerra Mondiale: uno dei principi del Bushidō, l’assoluto disprezzo per il nemico che si arrende, fu la causa dei trattamenti brutali e denigranti a cui i giapponesi sottoposero i prigionieri mentre la ricerca della morte onorevole in battaglia fu la molla che spinse molti kamikaze al sacrificio.