Il sicilianismo come limite culturale
Eravamo da poco intervenuti per stigmatizzare le sovvenzioni siculo-regionali a Tornatore per il film Baarìa, opera d’altronde di noiosa mediocrità, che ci è capitato di dover constatare un altro caso di sovvenzione sempre regionale, decisamente balorda, ad un altro film altrettanto mediocre ma soprattutto culturalmente fuorviante: cioè Viola di mare, prodotto insieme al coniuge dalla Cucinotta, alla quale certo le vie degli uffici politici non sono mancate. Sono mancate quelle del buon gusto, delle adeguate cognizioni o della proporzione etnoantropologica, visto che la sua regista ha preteso di saccheggiare con disarmante approssimazione, superstizioni, riti, figure e luoghi di una Sicilia primordiale, assolutamente inadatta agli amplessi da grande fratello.
Ma lasciamo andare la critica cinematografica e andiamo a quella sociopolitica. Dunque non si vuol capire che c’è pure in Sicilia una cultura di un certo livello che è stufa di veder riproposto in tutte le salse un sicilianume veristico stantio, che non incanta più nessuno e per il quale qualcuno, se ancora non ne può fare a meno, meglio vada a ripassarsi i testi del Verga. Eviterà la brutta figura di stare a scoprire la carta vetrata. Questa insistenza tematica a proporre un volto arcaico della Sicilia e dei siciliani avrà purtroppo un significato da decifrare. Da un lato pensiamo che chi maneggia certe cose, il cinema in particolare, si è convinto che per lavorare e tirare a campare, basta presentarsi con qualcosa che sappia di tradizioni e di costumi popolari, specie se un po’ brutali e pruriginosi, sia per trovare facilmente il consenso, diffuso quanto la mala informazione, sia i soldi degli onorevoli, altrettanto poco alfabetizzati in gusti ed esperienze creative, i quali non si tirano indietro, specie se si riesce a farli passare per soggetti aperti alla cultura. Il che è quanto dire che l’ignoranza è una prima motivazione sociale e politica del fenomeno. Dall’altro rileviamo che così continuando, questa Sicilia risulta fossilizzata nei suoi stereotipi e, se nessuno davvero ci fa caso e reagisce, essa rischia di rimanere sempre impermeabile al fervore di idee e a quelle oscillazioni del gusto che fanno la modernità perenne, danno cioè la base all’evoluzione sociale del suo tessuto umano.
Ora, visto come vanno le cose, ci si domanda: ma i Siciliani vogliono davvero evolversi? Il Gattopardo direbbe di no. E , tra l’attuale ignavia dei nostri intellettuali – quei pochi che ci sono- e la scarsa accortezza dei politici, a distanza di più di mezzo secolo saremmo ancora al Gattopardo. Pacificamente. Forse non ci si avvede del pericoloso bivio. C’è in atto una diatriba costante per i problemi del sud e il corrispettivo contrasto con gl’interessi del nord del paese, al punto che questa povera Italia si trova divisa, oltre che per condizioni economiche, per istanze culturali. E questo è ancora più grave, specie mentre si approssima la ricorrenza dei 150 anni della sua unità, che per giunta si vuol celebrare. Ebbene, o si imbocca e si agevola la strada di un’intesa culturale del paese che vada a prediligere non i localismi compiaciuti, ma la equiparazione di valori della creatività e del pensiero condivisi e interscambiabili; o si continua a marcare, attraverso appunto la frequente esibizione di tare antropologiche, una diversità sicula, quale ci viene pure rimproverata da un secolo e mezzo, e che ci rende fatuamente rivendicativi e irrimediabilmente inferiori. Il bivio ci è posto appunto dal dibattito in corso sull’unità d’Italia.
Non si fa che intervenire sulla stampa e pubblicare libri sul fatto che l’Italia è nata male. E’ vero, ma ora di questo male al nord si assume quanto può giovare ad una causa antimeridionalistica; mentre al sud esso rinfocola recriminazioni e proteste, ma nulla che accenni ad investire la questione chiave che è, come è stata sempre, l’ignavia e la corruzione della sua classe dirigente.
Bisognerebbe partire dalla cultura del corretto uso della storia, con le sue luci e le sue ombre, e finirla con l’abusato vanto del pregresso, dei propri costumi popolari, se ormai deve contare piuttosto un futuro che voglia sanare il passato. Parlavamo di cultura. Pertanto le nostre città, sedi di centri universitari, dovrebbero essere guida ad un vero e proprio risorgimento siciliano, che non vada solo alle tradizioni popolari o popolaresche.
Viene a proposito di segnalare un caso palermitano, evidentemente sintomatico. Uno storico dell’ateneo palermitano, Orazio Cancila, ha da poco dato alle stampe con Bompiani, un’opera finalmente illuminante ed esaustiva, sulla celebre dinastia dei Florio. L’opera dello studioso, figura del resto tanto seria quanto riservata, non sembra che abbia suscitato cori di entusiasmi, abbia moltiplicato recensioni, premure di pubblico ed anche finanziarie di onorevoli palermitani, mentre lontano da Palermo è stata celebrata ed insignita di un prestigioso premio. Ecco: anche i Florio sono storia del passato, ma di un passato che sapeva di operosità industriale, di ricchezza socioeconomica da borghesia colta e raffinata, con aperture internazionali, niente a che vedere con rozzezza e sudiciume e volgarità da vucciria e simili. Ma Palermo pare prediliga queste cose e vantarsi di una cultura ad esse relativa. Come i Florio di una volta, che furono sua storia prestigiosa, non suscitano adeguato entusiasmo, così quanti oggi pensano e creano da italoeuropei da noi non hanno giusto credito. Palermo, malata di sicilianismo, non dà loro visibilità. Attende che lo facciano gli altri. Ma con l’aria leghista che tira, avrà voglia di attendere.








